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15 gennaio 2013
UNA VERTIGINE
di Mina Mazzini

Una vertigine. Se è vero, come è indubitabilmente vero, che non si dipinge,
non si fa musica, non si scolpisce, non si canta con gli strumenti specifi ci
ma con il cervello, mi sarei potuta facilmente innamorare della fi ammeggiante
mente di Renzo Bergamo. E me ne innamoro in continuazione.
Come mi sono innamorata e mi reinnamoro continuamente di Puccini.
Di Gadda. Come perdo la testa per qualche divino musicista ogni volta
che tocca il proprio strumento. Come mi lascio andare, a fatica per la
verità, di fronte alla forza dirompente di un talento grandioso. Di fronte
all’assoluto espresso da uno di noi. Da un uomo.
Una vertigine. Le ho viste tutte insieme, le sue opere, tutte insieme, tutte
in una volta, tutte nello stesso giorno. E sono sopravvissuta a stento.
La storia è strana. C’entrano Cremona, il Venezuela, Milano, Lugano e
un’amicizia iniziata molti anni fa.
Caterina Arancio Bergamo l’ho ritrovata dopo una vita, anzi, dopo due:
la sua e la mia. Lei di me sapeva tutto. Io di lei nulla. Adesso che lei
è la custode di tutto quel genio, io godo della possibilità di lasciarmi
sconvolgere dall’emozione che provoca sul mio cervello e sul mio cuore
la visione dei quadri di Renzo. Ormai lo chiamo anch’io così, anche se
non l’ho mai conosciuto. Renzo è un ordigno esplosivo, una bomba che
ti lascia senza fi ato e ti obbliga a rifl ettere, a pensare, a capire. E anche
se, come per molti, non è possibile entrare nella testa di un autentico
artista, l’esercizio di provarci è già un elevarsi. Una vertigine, uno stordimento,
quasi uno smarrimento. Sensazioni che non provo con facilità
e che mi tengo ben strette.