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19 maggio 2017
LA SFIDA DEL FOGLIO BIANCO
di Enrico Gariboldi

Del mondo artistico di Renzo Bergamo hanno scritto importanti filosofi della scienza e grandi critici d’arte e tutti hanno sottolineato l’originalità della sua ricerca oltre che la grande abilità realizzativa.
“A questi principi si collega direttamente l’arte di Renzo Bergamo nel momento in cui, verso i primi anni Sessanta, inizia a misurarsi con le possibilità del segno del colore di tradurre i dinamismi dello spazio totale attraverso ritmi intermittenti, sonorità espanse, mutevolezze luminose che dalla percezione della profondità terrestre svettano verso smisurate avventure cosmiche, con il pensiero rivolto oltre i confini del visibile, al di là delle certezze della rappresentazione”
Queste parole fanno parte di una presentazione che Claudio Cerritelli ha scritto per una grande esposizione delle opere di Renzo Bergamo e le ho riportate perché descrivono in sintesi l’Arte del Nostro al di là della sua vicinanza alla Scienza, perché di questa prossimità molto hanno già appunto parlato diversi filosofi della scienza mentre io vorrei qui soffermarmi sull’opera di Bergamo da un punto di vista esclusivamente pittorico (estetico) e non di soggetto.
Ho frequentato Renzo Bergamo come amico per diversi anni. Abbiamo molto parlato, anche discusso, sul momento dell’Arte e sulla difficoltà per i nuovi artisti di dare frutti originali. “tutto è già stato dipinto, tutto è già stato esplorato e non a caso Malevic, presentando nel 1918 quel suo quadrato bianco su fondo bianco ha dichiarato che la pittura era finita” Entrambi amavano Malevic, che Renzo considerava, con Mondrian e Kandisky, uno dei grandi monumenti del XX secolo, e proprio parlando i quel suo “quadrato bianco su fondo bianco” Renzo mi suggeriva come anche il grande artista russo sentisse l’angoscia del foglio vergine: il bianco è il foglio vuoto da riempire di parole, segni, pensieri, emozioni, una sfida. Il bianco è la tela che attende il tocco dell’artista. Il bianco è il silenzio che precede la mano tesa del direttore sull’orchestra. È il tempo sospeso prima della tempesta, l’attimo non vissuto, il battito perso. Il bianco è il freddo della neve, l’indefinito della nebbia. La purezza, il tutto e il nulla. L’assoluto.
Perché sporcare questa purezza, diceva Renzo, se non hai qualcosa di veramente nuovo da dire? E cosa potrebbe dire un pittore dopo che per secoli una miriade di grandi artisti ha esplorato tutto quello che si poteva esplorare? Puoi, mi diceva, copiare un paesaggio? Una natura morta? Un nudo di donna? Renzo scuoteva la testa e diceva che la natura non ha più significato, che una macchina fotografica può rappresentarla nella sua interezza, che l’Arte deve prescindere da quello che l’occhio vede per essere “espressione pura”.
Qualcosa da dire per giustificare “l’offesa” alla purezza del foglio bianco…la sfida, un dramma per l’Artista con l’iniziale maiuscola. Il dramma, per esempio, che quasi certamente il grande Lucio Fontana ha vissuto e che ha cercato di vincere con un rasoio che ha tagliato quella purezza per andare oltre, verso la Spazio…
Una grandissima intuizione di un vero artista, quel taglio alla superfice bianca che lo sfidava, eppure quanta perplessità all’apparire di queste sue opere…una perplessità che si spiega con l’errore ancora diffusissimo di considerare un’opera d’arte soltanto dal soggetto; l’errore cioè di introdurre nel giudizio gli stessi criteri della vita pratica. L’inesperto si domanda subito cosa significa quell’opera d’arte, come se un’opera d’arte dovesse avere un significato, non creare emozioni, soprattutto…. L’inesperto parla una lingua che conosce e certe opere d’arte che non presentano soggetti conosciuti, parlano una lingua diversa, quindi diventano incomprensibili.
Nelle opere di Bergamo il soggetto non esiste, non è espresso, e di conseguenza è, come deve essere, sempre e solo nell’immaginazione di chi guarda. Perché chi guarda può vedere quello che crede, vede colori e linee che spesso sfuggono verso il mistero, e quindi può leggervi costruzioni inconstruite, perché semplicemente immaginate, ed arrivare persino ad entrare in un mondo sconosciuto che però si conosce, probabilmente perché è un eco di quando si era solo plasma o materia informe.
Inoltre quello che colpisce di Bergamo è anche la padronanza del gesto e la capacità di dare un significato a ogni sua opera. In una costruzione, assolutamente informale, dare un senso è sempre una notevole difficoltà ma in ogni suo lavoro tutto ha un senso: non c’è un segno, un colore, una linea che stonino, che siano assonanti con il tutto: la costruzione è logica, senza riferimenti alla realtà ma logica, ed è anche qui la grandezza dell’Artista.
Come ha scritto un notissimo critico, artisti come Renzo Bergamo sono rari, e questa è anche la mia opinione.

E.G.