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5 ottobre 2007
"L’originario e il possibile e la teoria dei colori di Renzo Bergamo "
Stefano Moriggi

“Qualcuno ha mai intuito l’importanza del colore in pittura?” Quesito in apparenza non meno retorico che ingenuo quello che Paul Gauguin (1848-1903) consegnava al lettore nelle pagine del suo Menzogna della verità. In realtà, dovrebbe accompagnare in tutta la sua pregnanza filosofica chiunque voglia confrontarsi con quell’EstEtica del Caos che Renzo Bergamo (1934-2004) ha pensato in pittura come ultimo compito della traiettoria di un artista capace di sottrarsi dal rumore del mercato e delle vuote provocazioni estetiche per guadagnarsi lo spazio della riflessione e dello spregiudicato confronto con la scienza. In sostanziale sintonia con le parole del pittore parigino, per Bergamo il colore non solo costituisce l’alfabeto originario di quello che Gottfried Benn definiva il “mondo dell’espressione”, ma è in grado di restituire la dinamica che scandisce i tempi e i modi della natura: “come la musica – scriveva Gauguin – [il colore] coglie nelle sue vibrazioni quanto di più universale, dunque indefinito, esiste in natura: la sua energia segreta”. Ed energia segreta è locuzione che torna ossessivamente negli scritti e negli appunti dell’artista – un’energia, questa, che il colore al contempo custodisce e sprigiona, e che natura e arte intimamente condividono fino a diventare le due facce di una medesima “logica creatrice”. Ecco dunque l’importanza del colore in pittura che per il maestro di Portogruaro finisce per coniugare sperimentazione linguistica e indagine naturale.
Nei quadri selezionati per questa mostra il colore racconta la natura nel divenire delle sue forme. Una sorta di proseguimento della prospettiva morfologica di Wolfgang Goethe, l’EstEtica del Caos tenta di ricomporre la fisica del colore con la fisiologia e la psicologia della percezione cromatica, lasciandosi alle spalle quei dualismi tra colore/disegno, forma/contenuto, ragione/emozione, natura/artificio nella dialettica dei quali hanno preso forma tutte quelle avanguardie novecentesche che pure non poco hanno segnato la formazione di un artista come Bergamo che ha sempre concepito l’arte (la pittura, ma anche la musica) con l’occhio di chi sa che solo nel fluire dei fenomeni si può cogliere quell’origine in cui già si intuiscono le dinamiche dei mondi possibili. La conoscenza – scriveva Goethe – non è tanto cercare “qualcosa che sia alla base dei fenomeni” in quanto “loro stessi sono la teoria”. E l’EstEtica del caos è un’autentica teoria dei colori da intendersi come una fenomenologia dell’originario, in cui Bergamo, “fermando l’istante” sulla tela come un novello Faust, fa della sua pittura una profonda filosofia del divenire.