All’inizio degli anni Sessanta, dopo il periodo giovanile contraddistinto da un gusto pittorico e disegnativo di carattere “arcaico” (figure primordiali, metamorfosi corporali, simbologie oniriche), Renzo Bergamo elabora un ciclo di opere dedicato alla trasposizione segnico-cromatica di concetti cosmici, tema di ricerca fondamentale per l’evoluzione della sua concezione artistica. La scelta di trasferirsi a Milano (1960) favorisce incontri e confronti illuminanti per la sua inclinazione a congiungere esperienza esteticae visione scientifica; in questa fase si rafforza la convinzione che, per interpretare le aspirazioni del futuro, sia necessario un costante dialogo tra arte e scienza. Bergamo è affascinato da artisti non convenzionali come Bruno Munari, da cui assimila lo spirito di ricerca sperimentale, la fantasia del metodo e la sintesi immaginativa tra linguaggi diversi; apprezza inoltre l’atteggiamento iconoclasta di Piero Manzoni, l’intensità gestuale di Emilio Scanavino, l’invenzione segnica di Roberto Crippa, la rivoluzione spazialista di Lucio Fontana, affascinato dall’atteggiamento concettuale e dal modo di concepire l’arte in stretta relazione con il progresso scientifico e tecnologico. In tal senso, Bergamo avvia una riflessione sulle valenze dinamiche della grammatica pittorica attraverso il ritmo spaziale di simboli cosmici, nuclei in esplosione, disgregazioni di cellule, processi di trasformazione della materia, energie luminose che uniscono punti distanti nello spazio e nel tempo. Nel 1965 espone (insieme ad artisti come Gianni Dova e Carmelo Cappello) in una grande mostra intitolata Avanguardia italiana, organizzata a New York: un momento significativo in cui verifica l’idea di pittura astratto-cosmica a contatto con le esperienze più innovative della pittura americana.